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Perché è saggio investire nel capitale umano

Se dovessero chiedervi in che modo preferireste investire il vostro denaro, probabilmente pensereste subito ad azioni, obbligazioni, beni immobili e liquidità, mentre sarebbe meno immediato pensare di investire nel capitale umano.

Questo ragionamento si estende anche a livello aggregato, quando sono le autorità economiche e politiche a dover affrontare per noi le scelte di investimento.

Nell’ultimo decennio, soprattutto a seguito del 2007 e della crisi economica del 2008, la produzione industriale è crollata drasticamente mentre il tasso di disoccupazione si aggira intorno al 15% e le multinazionali tendono ad allontanarsi dallo scenario italiano ed europeo.

Si rende allora indispensabile cercare un rimedio a questo disastro economico.

Sono molti quelli che sostengono che una politica industriale più attiva possa generare posti di lavoro e, tra questi, Confindustria auspica interventi selettivi in linea con le politiche intraprese in altri Paesi della Commissione europea.

Il piano industriale proposto da questa politica consiste nel mettere a disposizione, tramite un Industrial Compact, dei fondi per sostenere sia interventi selettivi indirizzati a specifici settori o gruppi di imprese, sia a politiche di più vasto impatto, che agevolino l’imposizione fiscale o che abbattano i costi indiretti di produzione come i costi dell’energia.

Il passato della nostra Nazione, purtroppo, ci insegna che ogni qualvolta siano stati elargiti fondi comunitari essi non hanno dato i risultati sperati. Questi fondi sono stati invece utilizzati per finanziare spese pubbliche piuttosto che come sussidio per rialzare le imprese.

Diversamente dall’Italia, altri Paesi europei con minori restrizioni di bilancio in termini di spesa pubblica, sarebbero favoriti da queste politiche “Welfare”, creando forti distorsioni alla concorrenza sullo scenario del mercato europeo. Per questo l’Ue cerca di impedire gli aiuti di stato.

Enrico Moretti, economista italiano che insegna a Berkley, in un libro che ha riscosso molto successo negli Stati Uniti spiega che la distinzione settoriale tra agricoltura, manifattura e servizi non sussiste più. Ad oggi l’unica vera distinzione è tra settori che producono innovazione e i restanti.

Le forze del progresso e della globalizzazione stanno spingendo sempre più il settore secondario, quello manifatturiero, verso il declino, in modo analogo a quanto è successo in passato per quello agricolo.

L’obiettivo perseguito dall’Europa e dall’Industrial Compact è quello di riportare il settore manifatturiero ad un ritmo di sviluppo pari a quello di Paesi più dinamici. Prendiamo come esempio gli Stati Uniti, dove lo sviluppo è sostenuto dalla crescita dei settori che producono innovazione sia nel settore secondario, che negli altri.

Quello che si vuole evidenziare è che quando i settori e le imprese promuovono l’innovazione essa non si limita al mero beneficio del settore coinvolto, ma si genera un effetto domino su tutto il sistema.

Se ad esempio vi è uno sviluppo tecnologico sul settore dei servizi, esso stimola la domanda anche degli altri settori, spiega Moretti.

La creazione di un posto di lavoro nel settore dell’innovazione ne induce altri cinque in settori che offrono servizi ausiliari nella stessa città.

Sorge spontaneo chiedersi cosa si intenda per innovazione e come essa possa stimolare lo sviluppo dei settori che vogliono crescere.

Per migliorare il progresso innovativo non si deve pensare alle classiche politiche industriali tradizionali, la chiave per lo sviluppo è insita nell’uomo, nel capitale umano. Il livello di concentrazione di capitale umano all’interno di un’area è un valido indice di progresso e sviluppo, al contrario di come si potrebbe pensare.

Dunque dovremmo pensare al capitale umano come una saggia scelta di investimento con ottimi ritorni in termini di guadagno, piuttosto che come ad una spesa, sulla quale fare continui tagli.

Vi è una grossa differenza tra capitale reale, umano e le spese che pretendono di essere investimenti: vi sono alcuni tipi di investimenti che hanno sia benefici tangibili che non. Investire nel capitale umano può sembrare una scelta di investimento pari a quella che consta nello scegliere per l’acquisto di un macchinario o meno.

Il trade-off che c’è tra capitale fisico e umano non è così scontato: il beneficio di assumere qualche lavoratore in più potrebbero sembrare paragonabile a quello che si avrebbero acquistando un macchinario all’avanguardia; in realtà, il capitale umano genera anche benefici intangibili ed espansivi sugli altri settori che il capitale fisico non genera. E’ proprio questa parte intangibile che spesso viene sottovalutata dalle politiche, sopratutto a livello territoriale.

Dobbiamo vedere la fuga di cervelli e talenti come una grande minaccia per lo sviluppo nazionale, molto più di quanto non lo sia lo spostamento della sede di una multinazionale all’estero, che invece il più delle volte genera grande scalpore e allarmismo.

La migliore politica di strategia industriale? Investire sulla ricerca, sull’istruzione, finanziare interventi che migliorino la qualità di vita e creare valide politiche di immigrazione aiutando così a trattenere e attirare talenti.

Ecco perché oggi la distinzione fondamentale è tra Paesi ed imprese innovative, che investono nel capitale umano e ne sfruttano le potenzialità, e Paesi ed imprese che non lo sono, in quanto vedono il capitale umano come una spesa piuttosto che come un investimento.

Fonti:Il Sole 24 OREThe New York Times

Federica Sacchetto