I Fondi Sovrani

La grande crescita dei cosiddetti Fondi Sovrani o Sovereign Wealth Funds (SWF) ha aumentato l’attenzione delle organizzazioni internazionali e degli Stati nazionali circa alcuni problemi legati all’operatività di questa tipologia di fondi.

Essi si inseriscono nel più ampio insieme dei cosiddetti sovereign investment vehicles, nel quale generalmente vengono fatti rientrare soggetti molto diversi tra loro (ad esempio, banche centrali, imprese possedute dallo Stato, ecc.) ma accomunati da una matrice pubblicistica o dalle fonti di finanziamento utilizzate.

Un Fondo Sovrano è un fondo di investimento istituito o posseduto da un Governo, un’autorità

 Schermata 2016-05-06 alle 09.52.58

monetaria nazionale o, comunque, da un’agenzia pubblica.

I criteri adottati per classificare i Fondi Sovrani sono basati sulle fonti delle risorse utilizzate per finanziare gli investimenti e sulla finalità perseguita tramite gli stessi.

Si può distinguere tra Fondi che utilizzano fonti derivanti da surplus della bilancia dei pagamenti (a loro volta generati da entrate dovute alla vendita di materie prime, cosiddetti Commodity funds, o da esportazioni nette di beni e/o servizi) e Fondi che, invece, utilizzano fonti derivanti dal bilancio pubblico dello Stato (in taluni casi eventualmente integrate con risorse di investitori privati).

Lo sviluppo dei Fondi Sovrani è un fenomeno relativamente recente. Circa il 67% di quelli esistenti sono stati costituiti, infatti, dopo il 2000, soprattutto nei Paesi ricchi di petrolio o di materie prime, ovvero nell’area mediorientale e asiatica, nella quale sono attualmente concentrati circa il 60% dei SWF esistenti.Schermata 2016-05-06 alle 09.53.08

Il grande sviluppo dei Fondi Sovrani a livello globale si affianca a cambiamenti nelle strategie di investimento perseguite.

Infatti, fino a circa 5 anni fa, i Fondi Sovrani adottavano politiche di investimento molto conservatrici e il loro patrimonio era investito in larga parte in titoli di Stato statunitensi.

A partire dal 2007, l’aumento vertiginoso del prezzo del petrolio e di altre materie prime ha consentito ai paesi ricchi di tali beni di accrescere notevolmente le risorse destinate ai Fondi Sovrani, passando infatti da 2.000 a 4.600 miliardi di dollari Usa nel periodo 2007- 2011 ( circa il 6% del PIL mondiale) e ciò ha reso i Fondi stessi più propensi a diversificare i propri portafogli e a investire in  strumenti azionari.

Allo stesso tempo, la svalutazione del dollaro ha indotto i Fondi Sovrani a ridurre l’esposizione verso i titoli di stato Usa.

Il ruolo sempre più centrale dei Fondi Sovrani nei mercati finanziari ha generato un intenso dibattito in merito agli aspetti positivi e negativi della loro operatività.

I primi sono legati essenzialmente all’elevato livello di liquidità che tali investitori sono in grado di assicurare ai mercati finanziari su scala mondiale. Inoltre, i Fondi Sovrani generalmente effettuano investimenti di lungo periodo, che portano ad ulteriori effetti positivi:

1) sostegno ad attività imprenditoriali, che contribuisce ad abbassare il costo del capitale di rischio e a dare spessore ai mercati finanziari;

2) contributo a ridurre la volatilità dei mercati finanziari, mantenendo posizioni “lunghe” anche durante le flessioni del mercato e operando in contrasto con i trend di mercato.

Diversi però possono anche essere i potenziali effetti negativi legati ai SWF, tra i quali:

1) la scarsa trasparenza circa la dimensione dei capitali gestiti, la composizione dei portafogli e gli obiettivi di investimento;

2) il rischio di comportamenti che configurino abusi di mercato;

3) il pericolo di investimenti motivati da ragioni politiche o strategiche.

Numerosi Stati sono intervenuti con normative nazionali che consentono loro di monitorare costantemente i progetti di investimento dei Fondi Sovrani all’interno delle proprie imprese strategiche, con possibilità di porre delle condizioni, di sospenderne l’efficacia sino all’approvazione o, nei casi di minaccia grave agli interessi nazionali, di vietarli definitivamente. Discipline di questo genere sono state adottate, in particolare, dagli Stati Uniti e dall’Australia.

In ambito europeo, la possibilità di limitare la libera circolazione dei capitali deve risultare compatibile con i principi del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea e, in particolare, con le norme che prevedono il diritto degli Stati Membri di derogare al divieto di porre restrizioni per tutelare la sicurezza o l’ordine pubblico nazionale.

Il caso italiano presenta delle peculiarità rispetto agli altri.

Schermata 2016-05-06 alle 09.53.21

L’Italia, diversamente dalla Francia e dalla Germania, anche negli anni di massima espansione dell’operatività dei SWF, ha preferito non dettare una disciplina generale a tutela delle imprese strategiche nazionali intervenendo in tal senso soltanto recentemente, con l’emanazione del Decreto Legge 15 marzo 2012 n. 21.

In precedenza, l’ordinamento italiano (al pari di quelli di diversi altri Paesi europei) aveva proceduto, con la legge n. 474/1994, ad attribuire allo Stato una serie di poteri speciali  nei confronti delle cosiddette società privatizzate, finalizzati alla tutela degli interessi nazionali.

Tali imprese, nei confronti delle quali il Ministro dell’economia e delle finanze era competente ad esercitare i poteri speciali, furono individuate con Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana, tra quelle “controllate direttamente o indirettamente dallo Stato operanti nel settore della difesa, dei trasporti, delle telecomunicazioni, delle fonti di energia, e degli altri pubblici servizi ” (art. 2).

Nei primi due trimestri del 2015, per la prima volta, il tasso di crescita dei fondi sovrani è sceso. La caduta del prezzo del petrolio sembrerebbe esserne la causa principale.

I fondi sovrani hanno immesso nel sistema finanziario mondiale grandi quantità di denaro, che a loro volta hanno aiutato lo sviluppo dell’economia mondiale, dagli alberghi di Manhattan alle squadre di calcio europee, alle case di lusso di Londra fino alle azioni delle banche internazionali come la Barclays, ma gran parte di questa ricchezza si è riversata nel settore finanziario.

Dalla fine del 2014 però le cose sono cambiate. Il petrolio costa intorno ai 54 dollari al barile, la metà di quanto costava prima dell’estate del 2014. Alcune nazioni come la Norvegia hanno ammesso che nel 2016 useranno parte dei soldi accumulati nel loro fondo sovrano per coprire il deficit di Bilancio. Altre, come l’Arabia Saudita lo stanno facendo da tempo.

In fondo una delle funzioni dei fondi sovrani è quella di avere abbastanza contante per far fronte ai periodi di crisi, quando il prezzo del petrolio e del gas naturale scende. Ma non è facile dopo quasi due decenni di crescita accettare di dover smettere di accumulare ricchezza ed iniziare invece a spenderla per evitare l’impatto della caduta dei prezzi energetici.

E’ dunque cambiata anche la strategia d’investimento, meno presenza sul mercato finanziario, dove il rischio è alto, e più coinvolgimento nell’economia reale. Ciò significa a volte anche vendere alcuni beni.

Secondo alcune stime nel momento in cui i fondi sovrani smetteranno di investire, ma venderanno i beni che hanno in portafoglio, la domanda mondiale di prodotti finanziari si contrarrà di circa 400 miliardi di dollari. Un fattore che molti pensano potrebbe causare una caduta degli indici di borsa. Ma non è detto che tali previsioni siano corrette.

Nel sistema economico e finanziario, infatti, esiste una distorsione prodotta dal prolungamento delle politiche monetarie espansive. Ad esempio, subito dopo la dichiarazione di Draghi del Novembre 2015, che si riferiva al prolungamento e rafforzamento del quantitative easing in Europa, l’indice di borsa tedesco, il Dax, è salito del 2% ed anche il Dow Jones è schizzato verso l’alto.

Le brutte notizie, insomma, fanno salire le quotazioni dei listini perché i mercati sanno che si stamperanno più soldi e che questi finiranno nelle piazze affari mondiali e non nella costruzione di infrastrutture ed in settori trainanti dell’economia reale. Perché? Perché i tassi d’interesse sono da anni a zero. Ciò spiega il motivo per cui dal 2009 fino ad oggi i listini di borsa non hanno fatto che crescere, superando di gran lunga i livelli pre-crisi del 2008 mentre l’economia reale è rimasta a secco.

Anche se nel 2016 i fondi sovrani investiranno 400 miliardi di dollari in meno rispetto al 2014, la Bce ne stampa una quantità analoga in meno di sei mesi e se necessario anche di più. Fin tanto che le presse della Bce faranno gli straordinari, i mercati finanziari possono dormire sogni tranquilli.

Edoardo Siciliano

Fonti: